Come superare questa crisi? Un Patto delle responsabilità collettive

January 27th, 2009

 

 

Tra i tanti insegnamenti che ci sta fornendo questa crisi economica, così unica – se vogliamo - nel suo genere, quello che più mi ha colpito è che non è possibile pensare di rispondervi usando soltanto strumenti tradizionali. Ce lo hanno insegnato addirittura i nostri stessi Governi, nella fase iniziale, quando più o meno all’unisono hanno messo in atto azioni finalizzate a salvaguardare il sistema finanziario, per evitare che si diffondesse panico eccessivo a livello di  imprese e famiglie.

Personalmente, sono dell’idea che di fronte ad una crisi così globale e durevole, che nel giro di un anno/un anno e mezzo porterà inevitabilmente ad un rimescolamento degli equilibri competitivi mondiali, chi pensa di seguire il facile ragionamento che <<questa è come tutte le altre e prima o dopo l’economia ripartirà>>, rischierà di trovarsi pericolosamente vicino al crinale, quando effettivamente la ripresa si sarà riavviata.

Non voglio entrare nel merito dell’efficacia delle diverse politiche economiche dei Governi europei e mondiali. Dico soltanto che chi ci ha condotto repentinamente nel tunnel riuscirà anche a tirarci fuori, grazie ad un’incisività e ad una flessibilità nella politica economica e monetaria che molte autorità europee non sono state in grado, in questi mesi, di esprimere (vedi BCE).

Ciò che più mi preoccupa è però l’aspetto micro. Questa crisi, infatti, non può essere affrontata solo in chiave macro, se poi a livello di singoli territori, singole imprese, singole famiglie non vi è altrettanta sensibilità a recepire e a modificare certi comportamenti o a correggere certe disfunzioni.

Guardando più specificamente il lato produttivo, resto dell’opinione che un’impresa, oggi, indipendentemente dalla sua dimensione, non può pensare di rispondere a queste gravi avversità soltanto bussando alla porta delle banche per avere liquidità, piuttosto che razionalizzando o allungando le scadenze dei propri ordini ai fornitori, o approfittando del rinnovo e dell’ampliamento dei fondi governativi per mandare in Cassa integrazione parte della propria forza lavoro.

Oggi, ancor più di ieri, è indispensabile mostrare responsabilità e consapevolezza rispetto all’idea iniziale sulla quale ha preso le mosse l’intrapresa. La cifra della responsabilità sociale di un imprenditore si vede, in questo momento, dal coraggio e dalla perseveranza con la quale vuole continuare a portare avanti il proprio progetto imprenditoriale. Pensare pertanto di continuare a finanziarsi, per esempio, con il classico credito ordinario di cassa, sarebbe soltanto un modo per alleviare temporaneamente la situazione, ma nel lungo periodo non porterebbe a nulla, se non ad un aggravamento della situazione dei conti economici e finanziari dell’azienda.

Le risposte da dare oggi, invece, sono altre, più innovative; risposte che in Italia, in generale, non sono purtroppo mai germogliate totalmente. L’idea è che sia assolutamente indispensabile un gentlemen’s agreement tra tutti gli stakeholders del sistema, una sorta di “Patto delle responsabilità collettive per il Paese”, per evitare derive ancora peggiori, che nessuno vorrebbe. Da un lato vi deve essere una presa di coscienza maggiore da parte degli imprenditori che è indispensabile un loro sforzo ulteriore, e dall’altro, però, si deve riconoscere loro la pretesa di poter ricevere qualcosa in più dal contesto in cui operano, dai loro dipendenti, dalle banche.

Ecco perché un patto tra gentiluomini è assolutamente necessario per rispondere a questa crisi in maniera collettiva, come sistema. Se riusciremo a fare ciò come Paese e come singoli territori, questo varrà molto più di tanti finanziamenti pubblici, che per loro natura sono inevitabilmente individuali, a pioggia e, spesso, non sono neppure allocati efficientemente.

La logica che sottende tutto il ragionamento è quella di sfruttare un tale momento storico per uscirne più forti di prima.

Queste, secondo me, sono quindi le azioni che andrebbero messe in atto dalle nostre imprese in questo lasso di tempo. 

 

  1. Approfittare di questa crisi per rimettere a posto i conti economici e finanziari. Sappiamo tutti che in generale le nostre imprese sono troppo piccole, sottocapitalizzate, fortemente indebitate e scarsamente redditizie: approfittiamo di questa situazione per invertire questo trend, altrimenti una crisi lunga e così difficile, rischierà di lasciare molte macerie.

Scivolare, infatti, fino ad un rating tripla C non è poi così difficile, soprattutto in momenti come questi: basta essere sottocapitalizzati (l’optimum secondo i parametri di Basilea dovrebbe essere un patrimonio netto pari ad almeno 1/3 del capitale investito), avere margini operativi non entusiasmanti (secondo Basilea pari ad almeno il 10% del fatturato), appartenere a un settore in crisi e essere contraddistinti da performance negative. Ceteris paribus, è facile immaginare che, nel nostro Paese, l’esercito di coloro che rischieranno di ottenere ristrettezze sul credito o impennate del costo del denaro nelle prossime settimane (perché fuori da questi parametri), conterranno molte reclute.

Oggi più di ieri, l’imprenditore, di qualunque statura esso sia, dovrebbe sempre tenere a mente quotidianamente che impresa vuol dire produzione, ma vuol dire anche economia e finanza, e che tutti questi tre aspetti sono strettamente intrecciati tra loro, per cui è fondamentale tenerli in ordine e in equilibrio.

E’ assolutamente indispensabile, dunque, scrollarsi di dosso tutti quei comportamenti poco virtuosi e quei timori che finora hanno accompagnato gran parte del capitalismo italiano. A mio modo di vedere, per fare ciò occorre:

·         ricapitalizzare la propria impresa con mezzi propri;

·         aprirsi ai capitali esterni (private equity);

·         aprirsi alle risorse umane esterne favorendo un mercato dinamico dei managers e dei talenti in generale;

·         cercare strade alternative come quella di lavorare in sinergia con altre imprese, anche internazionali, e, se è il caso, praticare la soluzione non indolore della fusione;

·         essere più chiari e trasparenti nei propri prospetti contabili e presentare progetti aziendali convincenti, di ampio respiro e di lungo periodo.

 2. Rimettere al centro dell’organizzazione aziendale il capitale umano. Questa crisi ci sta insegnando che dobbiamo ritornare alle qualità tangibili, al sapere fare, al saper innovare, elementi che sono stati e sono ancora nel Dna delle nostre imprese, al di là di ciò che viene codificato dalla statistiche ufficiali. La vera forza competitiva di un’impresa oggi, e ancor meglio in una contingenza simile, oltre a dipendere dalla vivacità del contesto nel quale opera, si misura attraverso la capacità di  valorizzare i propri uomini e le proprie donne. Sono loro che fanno veramente la differenza, non sono più, come un tempo, né i prodotti, né l’accesso alle materie prime. Molte indagini internazionali ci dicono che la produttività, che poi è il vero deficit delle nostre imprese, non si alza se non attraverso la valorizzazione dei nostri talenti e la qualità del lavoro. Coltivare e valorizzare talenti vuol dire anche assicurare capacità innovativa all’impresa.

 3. Guardare a nuovi mercati, come quelli dell’Est Europa, dell’Asia o del Sud America, insomma rafforzare la rete distributiva in paesi non tradizionali, cercare joint venture. Ci si è sempre vantati che le nostre aziende sono aziende internazionali. Ebbene dimostriamolo ancora di più e meglio in queste occasioni!

 

Va benissimo continuare a vendere una certa quota dei nostri prodotti all’estero, ma l’internazionalità è anche altro. L’internazionalizzazione si misura anche nella capacità di partecipare come protagonisti ai grandi giochi del mondo, nella capacità di fare cooperazioni, joint venture, per accordi tecnologici, per trovare nuove fonti di idee, per conquistare nuovi mercati, etc. E su questi aspetti, purtroppo, siamo un po’ rimasti fuori finora dai giochi globali. E’ logico che occorra un approccio mentale e culturale innovativo, ma se non lo mostriamo adesso se ce l’abbiamo, quando lo facciamo? Sia chiaro: non è  un problema di dimensione aziendale.

Già decidere di destinare almeno un 10% del proprio budget in attività di ricerca e sviluppo, nella conoscenza dei mercati e dei potenziali clienti (georeferenziazione dei mercati), e in piani di comunicazione, sarebbe una buona pratica. D’altro canto, negli ultimi anni la qualità del prodotto non è più la discriminante principale del successo di un’azienda, ma sono invece i fattori immateriali e gli individui ad essere determinanti.

E’ giusto quindi che gli imprenditori diano molto alla causa, ma al contempo è anche giusto che ricevano un di più dal sistema bancario e dai loro dipendenti.

Si sa che il sistema bancario in Italia, ma non solo, è assolutamente vitale per le piccole medie imprese, essendo l’unico vero canale dove poter reperire fondi. Proprio per questo è auspicabile che un salto di qualità del tessuto produttivo sia accompagnato da un altrettanto salto di qualità del principale canale di finanziamento. Perché la capacità di investire e di innovare di un’impresa non dipenda soltanto dalla forza contrattuale dell’imprenditore nei confronti del sistema bancario, ma dalla bontà del progetto aziendale che presenta. Oggi si deve ripartire da questo punto. E’ uno dei tanti insegnamenti che ci lascia questa crisi.

Alla luce di ciò, sarebbe auspicabile se il sistema bancario:

1.      Andasse incontro alle imprese, laddove queste esprimessero l’intenzione di rinegoziare vecchi mutui, sottoscritti tempo addietro ad un tasso di interesse fisso molto più alto rispetto a quello odierno; oppure accogliesse la loro volontà di fare operazioni di consolidamento del debito, per spalmare il finanziamento su un arco temporale il più lungo possibile, in modo da ridare un po’ di ossigeno ai loro conti. E’ chiaro che l’ausilio di un Confidi in questo caso potrebbe essere prezioso, sostituendo con la propria garanzia la debolezza dell’impresa.

2.      Si rendesse disponibile ad entrare direttamente come socio, e non solo come creditore, nel capitale di alcune imprese, laddove queste non avessero disponibilità monetarie per ricapitalizzare saldamente il proprio patrimonio sociale. Questo è un passaggio importante. Oggi è fondamentale, per le imprese, mostrare un’apertura nei confronti del capitale terzo e nei confronti del management esterno, e, per le banche, è altrettanto importante mostrare disponibilità ad investire nel sistema. I problemi sono diventati talmente complessi che se non ci si affida anche a specialisti esterni, a dottori della materia, mettendo da parte l’ambizione personale, si rischia di non guarire le nostre aziende.

3.      Desse maggior supporto, non solo finanziario, ai progetti di espansione commerciale all’estero e di stabile presenza sui mercati internazionali del sistema produttivo.

Infine, non può venire meno la responsabilità dei Sindacati dei lavoratori, i quali oggi dovrebbero accantonare ogni forma di protesta sterile che in questo momento non serve a nessuno, e dare una mano a riscrivere le regole per una pacifica convivenza e per una fattiva collaborazione, per uscire da quest’impasse.

Ma Obama quanto considera Berlusconi? Zero…

November 11th, 2008

Barack Obama annoiato a morte dal discorso di Silvio Berlusconi al Congresso degli Stati Uniti, Washington, 1° marzo 2006.
Obama non applaude, non si alza in piedi, sbadiglia, si guarda in giro perplesso, evidentemente entusiasta del soporifero discorso di Berlusconi e del suo improbabile e maccheronico inglese.

Meglio gli andò con Veltroni nel 2005, quando lo ospitò nel suo studio al Senato di Washington…

Quali le politiche aziendali dopo questa crisi?

November 6th, 2008

In una situazione come quella attuale di grave crisi finanziaria globale che sta ammorbando repentinamente anche l’economia reale, le risposte delle Istituzioni dovrebbe essere collegiali. E da questo punto di vista nulla da eccepire su come si è mossa recentemente l’Unione Europea per evitare di creare panico tra i consumatori e su come si sono mosse all’unisono le Banche centrali mondiali sulla leva dei tassi di interesse.

Se dunque a livello macro la situazione sembra essere sotto controllo, resta il problema di come  deve essere gestita su scala micro, in altre parole di come la singola azienda sarà in grado di rispondere a questa ondata di crisi che si sta facendo più dura del previsto e che, a detta di molti, sarà lunga e investirà tutto il 2009 e buona parte del 2010.

La mia opinione è che occorra una risposta di politica aziendale diversa dal passato. Sono convinto che non sia più sufficente adottare politiche tradizionali come quella solita di ricorso all’indebitamento bancario (anche qualora le Banche non chiudano i rubinetti) per tamponare questa crisi. Sarebbe soltanto una panacea temporanea che però vista in termini di prospettiva potrebbe essere più aggravante invece che salutare, preso atto anche che la ripresa economica difficilmente si riavvierà in pochi mesi.

Per giunta indebitamento significa anche aggravare ulteriormente i costi aziendali, e quindi accorciare l’autofinanziamento che invece sarebbe ossigeno puro in un momento come questo per la liquidità aziendale.

Dobbiamo pensare che siamo in un momento in cui vi è una grossa crisi di fiducia che in molti casi si sta materializzando in blocchi totali della produzione. Per altro, si aggiunge il fatto che vi è una sorta di rinvio degli investimenti da parte di diverse aziende, non solo americane, in attesa della nuova politica statunitense e della discesa, già preannunciata, dei tassi di interesse che renderebbe naturalmente più economico l’investimento. Per cui il rischio è che nell’immediato la situazione non si risolva, anche se  l’elezione di Obama sta già riportando fiducia nei consumatori e il nuovo intervento ribassista di oggi di alcune banche mondiali potrebbe essere stimolante nei confronti delle imprese.

A fronte di tutto ciò, io credo che la migliore risposta alla crisi sia quella del consolidamento aziendale: no quindi a nuovo capitale bancario, si invece a quello proprio dell’imprenditore per riportare circolante in azienda. E’ soprattutto in questi momenti che si capisce la misura  della responsabilità sociale dei nostri titolari di azienda.

La soluzione migliore, a mio modesto parere, dovrebbe essere quella di aggredire i nodi strutturali, gli eventuali sprechi o attività che non rappresentano core business, insomma razionalizzare e ottimizzare le risorse a disposizione. Bisognerebbe quindi, da un lato, vendere assets non strategici per fare cassa e rinforzare il patrimonio dell’azienda, e dall’altro tagliare sui costi, a partire da consulenze inutili.

Da un punto di vista di politica commerciale, vista la difficoltà dei principali paesi tradizionali, sia europei, che americani, e dei distretti nazionali, sarebbe il momento di puntare tutto sui paesi emergenti, a partire da quelli dell’Est Europa (Bulgaria, Romania, Ucraina, etc) e della Russia. Guardare con attenzione anche ai Paesi Arabi, alla Cina, all’India, al Brasile e alla Turchia. L’aspetto commerciale oggi è ancor più fondamentale, occorre dunque un grosso dinamismo, sotto questo aspetto, che deve essere ancorato ad una mappatura dei clienti attuali e potenziali, che in momenti come questi è ancor più di estrema utilità.

The American Dream

November 5th, 2008

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Il vero sogno americano è quello di vedere un uomo qualunque, un quasi sconosciuto, un uomo nero, raggiungere le più alte vette del mondo in pochi anni. Soltanto l’America è capace di queste “sorprese”. Talvolte sono negative, come è stata la vittoria di Bush e ancor  iù i suoi otto anni che hanno portato il mondo al disastro che oggi è sotto gli occhi di tutti, talaltra sono positive e soprendenti, come la vittoria di Obama  che porterà il mondo verso una nuova stagione di pace, prosperità, rispetto delle minoranze, delle etnie, dell’ambiente.

Il mondo dipende da ciascuno di noi!

Salviamo il diritto dei cittadini a decidere

October 27th, 2008

SALVIAMO LE PREFERENZE SULLA SCHEDA O ALMENO MECCANISMI DI SELEZIONE ATTRAVERSO PRIMARIE PREVENTIVE OBBLIGATORIE.
SALVIAMO LA PARITA’ DI RAPPRESENTANZA TRA DONNE E UOMINI

In Parlamento è approdato il disegno di legge che sancisce l’abolizione delle preferenze per le elezioni europee. È un chiaro tentativo, da parte dell’esecutivo, di esautorare i cittadini dal  diritto a decidere i propri rappresentanti. L’obiettivo chiaro è di fare un passo indietro in tema di democrazia. In più, la bozza di riforma prevede l’obbligatorietà del 50% di donne nelle liste, ma senza obbligo di alternanza, così che il rischio di avere tutte le donne in posizioni ineleggibili torna ad essere molto elevato.
Questo è un appello per sensibilizzare il maggior numero possibile di cittadini.

Questa è una battaglia in nome della democrazia, diffondiamolo…

La conoscenza del territorio quale chiave di successo

October 23rd, 2008

Nell’attuale situazione di crisi finanziaria mondiale e di quasi recessione, l’elemento glocale diventa ancora di più fattore fondamentale per le strategie di un’azienda.

Oggi ancora più di ieri è quindi necessario conoscere attentamente il territorio in cui si vuole andare ad operare, farne quasi una mappatura, al fine di evitare per esempio costi inutili e perdite di tempo. Questo presuppone uno sforzo da parte dell’organizzazione aziendale di mettere ordine rispetto per esempio ai dati dei propri punti vendita, qualora esistano, piuttosto che dei propri clienti/distributori; occorre altresì interpretare attentamente le dinamiche di un dato luogo/Paese e soprattutto avere solide metodologie di analisi di sales & marketing che supportino la presa di decisione, grazie anche all’ausilio di rappresentazioni cartografiche che meglio rendono l’idea.

Insomma, occorre ottimizzare al massimo e rendere più efficiente il canale distributivo, perché così facendo si potrà navigare più tranquilli anche in acque agitate come quelle odierne.

In quanti capiranno che oggi, in questo particolare momento, la comunicazione e la georeferenziazione non vanno tagliate, bensì ulteriormente implementate?